Il segreto di Battista – intervista a Giorgio Bisetti

Il segreto di BattistaGiorgio Bisetti nasce il 5 ottobre 1947 a Sanremo e vive attualmente a Peschiera Borromeo (MI). Laureato, ha lavorato come pubblicitario e grafico fino alla pensione. Oltre al Segreto di Battista (pubblicato con Il Mio Libro 2015, di cui ci parla in questa intervista) ha pubblicato una raccolta di racconti intitolata La danza delle parole, il romanzo Claretta e Riccardo e il romanzo di fantapolitica Popolo sovrano.

Il segreto di Battista: in un paesino piemontese vivono Battista e Basilio, due ottantenni che hanno condiviso una profonda amicizia durata tutta la vita. L’unico momento in cui i due si sono persi di vista per qualche anno è stato durante la guerra. Adesso trascorrono il tempo seduti su un muretto di fronte alla chiesa del paese, dove si raccontano a ripetizione le storie della loro vita che conoscono ormai a memoria, ma un giorno Battista inizia a narrarne una che Basilio non ha mai ascoltato. Il protagonista di questo suo racconto si chiama Bettino ed è un uomo che divide la sua vita tra due donne: Desideria, sua moglie, focosa e passionale, e Santina, l’amante, dolcissima, che muore dando alla luce un bambino. Il romanzo si muove tra storie di vita e grandi sentimenti che si sublimano nel finale.

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INTERVISTA A GIORGIO BISETTI

 

Chi è Giorgio Bisetti e quali sono i suoi interessi?

Giorgio Bisetti è un personaggio strano. Lo conosco bene. Vive di idee e soluzioni fantastiche che gli riempiono le giornate e che puntualmente e inesorabilmente, purtroppo, scivolano presto nella normalità della vita quotidiana fatta di gesti e comportamenti ripetitivi che di fantastico non hanno proprio nulla. Ha sessantotto anni e un fisico leggermente abbondante. Ama le cose belle, come tutti, e vive tra quattro mura che contengono tutto il suo mondo: due computer che usa per assecondare il suo grande hobby, la fotografia. Ma non una fotografia tradizionale, bensì una dove le immagini che emergono sono figlie di stati d’animo, come a usare la macchina fotografica per catturare elementi che, elaborati e composti, comporranno ciò che la sua mente voleva dire. Sempre fra quelle quattro mura, si dedica alla sua altra passione: la scrittura. Una scrittura nata come terapia al superamento di un grandissimo dolore dell’anima. Una scrittura certo naif, ma anche carica di emozione, come nel libro di cui si sta parlando.

Vuole parlarci del suo ultimo romanzo, che ha da poco pubblicato con Il Mio Libro del gruppo editoriale l’Espresso?

Il segreto di Battista è la storia di due anziani che da tantissimi anni trascorrono le loro giornate seduti su un muretto posto di fronte alla chiesa del paese, a raccontarsi storie che si sono raccontati mille volte. Un giorno uno dei due, Battista, appunto, comincia a raccontare una storia che l’altro non ha mai sentito. È la storia di un certo Bettino con un doppio amore: Desideria, moglie molto focosa, e Santina, amante, dolcissima. L’una l’opposto dell’altra. Bettino vive felice questi amori finché Santina muore dando alla luce un figlio che Bettino non può tenere e che viene quindi portato in un convento e, in seguito, adottato. Il romanzo si muove tra storie capaci di far sorridere, ridere, ma anche piangere, mantenendo sempre in primo piano i grandi sentimenti dei due protagonisti che finiranno per sublimarsi. È un romanzo che definirei semplice e lineare nella sua struttura. È stato definito giustamente naif, in senso positivo, proprio per questa sua capacità di rappresentare il mondo in cui i personaggi si muovono in modo fresco e spontaneo.

Come è nata l’idea di questo libro?

Devo questa idea a un incontro di tantissimi anni fa con mio padre, che viveva in un paesino piemontese e frequentava un amico, anziano come era anche lui, passando il tempo su una panchina. Anche loro si raccontavano storie della loro vita e, molto probabilmente, le ripetevano spesso. Lo spunto è stato quello, dopo tutto è cambiato e la storia si è adattata per diventare romanzo.

Che tipo di personaggi sono Basilio e Battista, i due protagonisti di questa lunghissima amicizia?

Sono diversissimi tra loro e proprio per questo si completano a vicenda. Basilio è un uomo decisamente tradizionale e un po’ bigotto. È sempre stato tutto casa e lavoro, ma è molto saggio. Timidissimo e schivo ha sempre vissuto all’ombra di Battista che, al contrario, è una persona decisamente estroversa. Anche troppo e qui subentra Basilio che, ogni tanto, lo riporta con i piedi per terra. Battista è il classico bel ragazzo che ha tutte le ragazze ai suoi piedi e la cosa non cambia quando gli anni passano e diventa uomo. È esuberante e tutto gli viene facile, quasi spontaneo. Basilio è più “tristone”, sempre pieno di paura di non essere all’altezza della situazione, ma invece molto sicuro di essere una figura necessaria al suo amico. E Battista lo sa e, per questo, di lui non può fare a meno.

Per dar vita ai suoi personaggi si è ispirato alla realtà o è tutto frutto della sua fantasia?

Come ho detto l’ispirazione è figlia della realtà, ma nel momento in cui le parole hanno cominciato a essere messe una dopo l’altra il romanzo è diventato figlio della fantasia. Nella narrazione tutto deve incastrarsi alla perfezione e la fantasia questo lo consente. La realtà, in un romanzo, deve sempre essere adattata a questa fondamentale necessità.

Che cosa l’ha ispirata nella stesura del suo manoscritto?

Io sono molto emotivo. È nel mio carattere. E l’emotività gioca in me un ruolo fondamentale. Sia che parli di scrittura che di fotografia. I due personaggi del libro sono carichi di emotività per loro stessa natura. Sono due anziani, soli, simpatici, li definirei “dolci”, teneri. Gli anziani, tutti, mi fanno questo effetto, come anche i bambini. Sono deboli di fronte alla durezza della vita. Quasi sperduti. È stata la tenerezza dell’insieme a ispirarmi lungo tutta la stesura del romanzo che doveva trasmettere questo sentimento emotivo anche al lettore perché si innamorasse, anche lui, di questi due “vecchietti”, isolati, ma uniti tra loro tanto da non mancargli niente.

Mentre scriveva pensava a un interlocutore in particolare?

No! Quando si scrive, si deve scrivere per tutti. Almeno questa è la mia personale opinione. Tutti noi siamo lettori di gialli, thriller e romanzi non dico d’amore sdolcinato, ma romanzi che parlano d’amore, quello vero, di storie tra persone, di racconti dove l’elemento umano è protagonista. Non so, io leggo di tutto e credo che anche le altre persone si comportino così. Ci sono momenti che desideriamo leggere un giallo, un intrigo e altri dove i nostri desideri si posano su altri generi più tranquilli e capaci di regalarci emozioni più rilassanti e intime.

Cosa le farebbe piacere che apprezzassero del suo romanzo i lettori?

L’umanità che lo avvolge e la capacità dell’autore nel tradurre questa umanità in parole. Penso che questi due aspetti sarebbero quelli che più mi piacerebbe fossero espressi dai lettori.

Quando si è accorto per la prima volta che amava la scrittura e che era lo strumento giusto per poter esprimere le storie che aveva dentro?

La scrittura l’ho sempre amata, ma fino a tre anni fa era sempre stato un desiderio inespresso. Poi è accaduto qualcosa che mi ha letteralmente bruciato l’anima e ho dovuto cercare un riparo per poter continuare a vivere. E la scrittura è emersa spontaneamente offrendosi di darmi una mano a rinascere. La voglia di scrivere devi averla dentro. È un gioco. Quello di mettere insieme le parole con le quali costruire una storia. È come costruire un mosaico dove ogni parola è una sua tessera. E deve essere quella giusta con la giusta sfumatura, perché quando il lavoro lo hai terminato, e lo vedi nella sua totalità, le parole “sbagliate” emergono e subito le si notano. È un esercizio bellissimo che ti riempie l’anima e concretizza il tuo essere dandogli forma e completezza.

Cosa significa per lei scrivere, raccontare?

Non riuscirei mai a vivere vendendo i miei libri. È una realtà e va accettata come tale. Io scrivo per la gioia di scrivere. Lo faccio per me stesso e nella speranza che quei pochi che leggeranno i miei libri, ritrovino in essi un accordo con il mio modo di scrivere e apprezzino la fantasia che li ha partoriti. Per me scrivere significa veramente molto. Solo per questo scrivo.

Quanto tempo dedica alla lettura e quali sono i suoi scrittori di riferimento?

Moltissimo tempo. Leggere significa conoscere meglio la vita e acquisire una capacità di scrivere più raffinata. È pura gioia unita a una forma di studio della scrittura. Mai si copia, ma sempre si assimilano nuove tecniche e sensazioni da mettere da parte e utilizzare quando da lettore mi trasformo in scrittore. Marquez è un Maestro a cui darei dieci premi Nobel. Tutti insieme. Oscar Wilde lo tirerei fuori dalla tomba obbligandolo a ricominciare a scrivere. Con Calvino mi siederei sulle sue ginocchia per essere più vicino ai suoi scritti.

Nella letteratura contemporanea apprezza qualche scrittore in particolare?

Devo dire che sono sempre alla ricerca di scrittori nuovi e soprattutto italiani visto che quelli stranieri, nuovi non riesco mai a trovarli. Non apprezzo i “senatori”, mi hanno stancato le loro megastorie figlie solo di un grande mestiere che ha perso poesia e, a mio giudizio, di un ghostwriting invadente e squallido. Tra i nuovi scrittori mi piace molto il modo di scrivere di Bisotti, di Bianchini, di Di Mare, di Capossela…

In che modo si approccia alla scrittura di un nuovo romanzo?

La notte stento ad addormentarmi e mi ritrovo sempre a lasciar volare la mia immaginazione. Spesso si posa sull’idea di un romanzo che il giorno dopo trova la sua via verso uno schema che lo accompagna sino ad arrivare alla storia vera e propria. Ma tutto resta nella mia mente. Io comincio a scrivere avendo solo un’idea di massima e a mano a mano che la scrittura procede la storia acquisisce un’anima e i personaggi prendono forma e sostanza. I loro caratteri si manifestano e la trama si dispiega a coprire tutto. Forse dovrei, ma non ho mai fatto schemi veri e propri, una specie di albero, tipo genealogico, che raffiguri il romanzo, prima di iniziare a scrivere, nei suoi vari aspetti e nei suoi vari momenti.

Quanto è importante secondo lei confrontarsi con qualcuno durante la stesura del manoscritto, le revisioni, le correzioni o l’editing?

Molto importante. Non lo si può negare. Quando si rilegge quello che è stato scritto si legge qualcosa che è già nella nostra testa da tempo e, soprattutto, è un nostro figlio. È difficilissimo essere sia obiettivi nei confronti della storia in generale, dei suoi collegamenti interni, sia nei confronti della scorrevolezza del testo e della sua comprensibilità. Basta osservare e leggere i ringraziamenti che si trovano alla fine di ogni libro per capire che esso non è mai il frutto di una mente isolata, ma sempre di un team che alla stesura di quel libro ha collaborato apportando, ognuno, la propria specifica conoscenza e professionalità.

Ha altri libri nel cassetto o progetti in fase di stesura?

Sì. Ma non ne voglio parlare adesso.