La malinconica danza dello spettro – intervista a Cosimo Vannini

La malinconica danza dello spettroCosimo Vannini è nato il 14 maggio 1985 a Firenze. Compone musica con lo pseudonimo Producers from Mars. In passato ha sceneggiato alcuni cortometraggi e uno spettacolo teatrale. Nel 2015 ha autopubblicato il suo romanzo d’esordio dal titolo La malinconica danza dello spettro con Narcissus. Nell’intervista ci parla di questo suo lavoro  e di cosa lo ha profondamente ispirato.

La malinconica danza dello spettro: Michelangelo è un ventisettenne che vive praticamente recluso in casa. Disoccupato e disilluso, ha lasciato gli studi e ha interrotto qualsiasi legame con il mondo esterno. Tramite un particolare monologo interiore in seconda persona, il protagonista porta alla luce il suo disagio, cercando di capacitarsi del suo progressivo sprofondare in un’assurda immobilità interiore di cui non sembra trovare né una spiegazione né un rimedio.


INTERVISTA A COSIMO VANNINI

 

Cominciamo con una breve presentazione. Chi è Cosimo Vannini e quali sono i suoi interessi?

Ho molta difficoltà a parlare di me. Mi imbarazza terribilmente. Sono uno qualunque.

Vuole parlarci del suo romanzo, La malinconica danza dello spettro, che ha recentemente pubblicato con Narcissuss?

La malinconica danza dello spettro è la storia moderna e brutale di un pesce fuor d’acqua. Un triste poema sull’alienazione sociale e mentale e di come essa si manifesti nella quotidianità di una persona.

Come è nata l’idea per questo libro?

All’inizio voleva essere un libro sull’inazione ispirato all’ Oblomov di Goncarov. Un giorno poi, camminando per un giardino di una squallida periferia, mi sono imbattuto in una panchina con un insolito bracciolo nel mezzo, costruito per evitare bivacchi. Però! Ho pensato, non è buffo come perfino un giardino che dovrebbe essere un luogo di aggregazione e incontro, ci inviti all’alienazione e la solitudine? Allora ho deciso di concentrarmi sull’alienazione e di come essa si rifletta ovunque all’esterno.

Che tipo di personaggio è Michelangelo, il suo protagonista?

È una persona che ha rinunciato a vivere. Lo definirei un autoescluso, a metà tra il classico hikikomori giapponese e un sognatore che ha come unica consolazione il suo mondo immaginario.

Cosa tormenta il suo personaggio al punto da abbandonare gli studi e rompere qualsiasi legame con le altre persone?

Più che le cause del suo tormento, ho approfondito il tormento stesso del personaggio cercando di sezionarlo e analizzarlo al microscopio. Mi interessava esplorare la sua totale inadeguatezza dall’interno. Penso che sia veramente dura essere uomini in crisi in tempi di crisi, perché la nostra società è sempre più competitiva, cinica e spietata oggigiorno (specie con i più deboli) e non aspetta chi rimane indietro. Ci suggeriscono continuamente di avere obiettivi da perseguire, di dover vincere, di dare il massimo, superare noi stessi, sorridere forzandoci verso una felicità adattata e stereotipata. Tutto ciò che non rientra in questo trend pseudo-positivista viene additato generalmente come negativo e fallimentare. Michelangelo in questo senso più che un fallito è l’incarnazione stessa del fallimento. A 27 anni abbandona gli studi, suicida la relazione con la donna che ama, rinuncia alla vita sociale e non riesce a trovare un posto di lavoro. Michelangelo è uno sconfitto totale. Si arrende di fronte al mondo, colpo dopo colpo senza reagire, convinto che non ci sia posto per i deboli come lui. Per dirla in termini evoluzionistici, nella “selezione naturale” di Darwin, è sempre il più adatto a sopravvivere e lo stesso con le dovute misure, avviene all’interno di una società civile. Gli individui meglio adattati a un certo habitat si procurano più facilmente il cibo e si accoppiano più facilmente di altri individui della stessa specie che non presentano tali caratteristiche. In pratica è sempre la vecchia storia del maschio alfa, che si riflette in ogni dimensione, sia naturale che sociale.

Che cosa l’ha ispirata nella stesura del suo manoscritto?

Principalmente le mie paure. Quando ero piccolo ero terrorizzato dai disadattati, dai freaks e dagli emarginati. Adesso mi riconosco in loro. Mi ritengo un fiero perdente di questo mondo occidentale del cazzo. Viviamo in una società super civilizzata, abbiamo i cassonetti per la raccolta differenziata, le auto ibride, ma se ti guardi intorno puoi vedere un nuovo medioevo dell’umanità nascondersi dietro a tutte queste cose. Siamo talmente chiusi in un’ovatta borghese fatta di apparenze e cose superficiali che facciamo veramente fatica a distinguere la vita dalle stronzate inutili. Ci preoccupiamo per l’iPhone, gli aperitivi, le serie tv, i messaggini su WhatsApp, gli stati di Facebook e ci dimentichiamo delle cose che contano veramente.

Cosa le farebbe piacere che apprezzassero del suo romanzo i lettori?

La sincerità.

Cosa significa per lei scrivere, raccontare?

Creare è per me un impulso irrefrenabile. Adoro creare storie, situazioni e personaggi. Quando scrivo definisco me stesso, lo proietto sul mondo esterno, scomponendo il mio ego ovunque, in una sorta di viaggio psicologico-esistenziale.

Quanto tempo dedica alla lettura e quali sono i suoi scrittori di riferimento?

Purtroppo ultimamente leggo molto meno di quanto vorrei. I miei autori di riferimento variano molto, si va da tutta la cultura definita “Avantpop”, quindi Vonnegut, Pynchon, Foster Wallace fino ad autori della Beat generation come Bukowski, Ginsberg, Lester Bangs. E poi autori vari come Murakami, Breat Easton Ellis, Palahniuk, Dostoevskij e perfino Jean Jacques Rousseau.

Nella letteratura contemporanea apprezza qualche scrittore in particolare?

David Foster Wallace sopra a tutti. Un genio. Se invece devo scegliere un libro, direi La vedova incinta di Amis. Inarrivabile in quanto a stile.

In che modo si è approcciato alla scrittura del suo romanzo?

Mi piacciono molto i periodi brevi, la musicalità e il ritmo all’interno di un testo. Mi ispiro molto alle metriche delle canzoni. Di solito scrivo di getto la trama, poi mi diletto con il cut-up, una tecnica narrativa presa in prestito dal grande William Burroughs.

Quanto è importante secondo lei confrontarsi con qualcuno durante la stesura del manoscritto, le revisioni, le correzioni o l’editing?

Fondamentale. Lo scrittore genera caos, l’editor è fondamentale per mettere ordine nel caos dello scrittore. Sistema periodi, trama, personaggi e le varie incoerenze del testo. Il punto di vista di un editor è fondamentale per lo scrittore.

Con il suo romanzo ha scelto di affidarsi all’editoria digitale e in particolare al self-publishing, consiglierebbe lo stesso percorso a uno scrittore emergente?

Assolutamente sì, è un’esperienza e in quanto tale da provare. Anche se credo che l’amatorialità imperante di Internet abbia penalizzato molto il talento in ogni campo artistico, dalla musica, all’arte, alla letteratura. L’overload di “roba” ha decisamente ucciso la qualità e ha appiattito notevolmente il panorama sia underground che mainstream.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo genere di pubblicazione?

Il vantaggio è sicuramente quello di fare i conti solo con la propria coscienza. Niente censura né compromessi. Lo svantaggio invece è legato ovviamente al marketing. Col self publishing se vuoi farti conoscere devi promuoverti da solo, sia sul web che nella vita reale. Con l’editoria classica si ha una strategia mirata di promozione ed è quindi più facile farsi conoscere.

Ha altri libri nel cassetto o progetti in fase di stesura?

Ho una sceneggiatura teatrale in cantiere e un libro di fiabe per bambini che terrorizzerà perfino gli adulti.