Lettere da Yerevan – Intervista a Giorgio Macor

Lettere da Yerevan - Intervista a Giorgio Macor

Lettere da Yerevan: Alla fine della seconda guerra mondiale la famiglia della giovane Maral, rispondendo all’appello della Chiesa ortodossa, emigra da Beirut a Yerevan, entrando in un percorso imprevisto di difficoltà economiche e politiche che la segnerà per sempre. La famiglia del suo fidanzato, Kevork, decide invece di restare in Libano. Egli nonostante tutto è convinto di raggiungere Maral appena possibile e i due iniziano un lungo epistolario per tenersi in contatto. Con il trascorrere del tempo, però, si spezzeranno legami di amicizia e sentimentali, rotti senza possibilità d’incontro e costretti a trasformarsi in sogno, utopia, speranza, in una vita parallela che nasconde la durezza del presente. I drammi quotidiani di allora e i loro sviluppi saranno indagati anni dopo da Gregorio, un discendente di quella lontana separazione, che trovando il vecchio epistolario tra i due innamorati ripercorrerà i vecchi dolori cercando di porvi un tardivo e simbolico rimedio, fino a ricostruire i legami spezzati tra famiglie e generazioni.

Giorgio Macor è nato a Torino, dove risiede, nel 1948. Laureato in medicina, negli intervalli della sua attività di medico ospedaliero ha trascorso parecchi anni lavorando in programmi di cooperazione in Paesi in via di sviluppo, fino a dedicarsi a tempo pieno alla cooperazione internazionale in campo sanitario. Ha vissuto a lungo in Tailandia, Etiopia, Pakistan, Tibet, Libano e ha visitato per lavoro parecchi altri Paesi in Africa e Asia, soprattutto in Medio Oriente e nel Sud-Est asiatico. Sposato, ha una figlia che, per rispetto allo spirito famigliare, si è resa presto indipendente ed è andata a vivere a un migliaio di chilometri di distanza. Lontani ci si ama di più. Con Neos edizioni ha già pubblicato Canarini e papaveri, una raccolta di tre racconti lunghi che investigano le relazioni fra italiani e stranieri, e rivelano il desiderio ma anche l’incapacità di confrontarsi, la difficoltà di costruire rapporti duraturi e non superficiali, l’ambiguità delle ragioni, la solitudine.

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INTERVISTA A GIORGIO MACOR

 

Lettere da Yerevan, pubblicato con Neos Edizioni, è la sua seconda opera con questa casa editrice. Dal genere del racconto lungo di Canarini e papaveri si è cimentato in una prova più complessa. Come è nata l’idea per questo libro?

Ho lavorato e vissuto per alcuni anni a Beirut, dove c’è una numerosa comunità armena, e da amici armeni ho saputo di famiglie che, subito dopo la seconda guerra mondiale, rispondendo a un appello nazionalistico della chiesa apostolica, a sua volta in accordo con il partito comunista (siamo nell’Unione Sovietica di Stalin), era emigrata a Yerevan. Questa migrazione non è stata un vero ritorno perché gli armeni della diaspora, compresi quelli che allora vivevano a Beirut, erano originari dell’Anatolia orientale e non venivano dal Caucaso. Comunque nell’arco di tre anni circa 100mila armeni sono emigrati, di cui un terzo da Libano e Siria, un terzo dalla Grecia e un terzo dall’Iran, più quote marginali da altri paesi (Francia, USA ecc.). Di questi fatti non avevo mai sentito parlare e mi sono incuriosito. Dopo avere verificato la correttezza storica delle informazioni ricevute, ho costruito la storia sul canovaccio delle esperienze di una di queste famiglie, parenti di alcuni miei amici di allora. Ho quindi sviluppato la storia secondo le esigenze narrative, il finale non corrisponde più a quello che mi avevano raccontato, ma la situazione generale, il “clima” e le condizioni di vita in cui si erano trovati i migranti, sì.

Che tipo di personaggio è la protagonista femminile, la sarta di Yerevan?

È una ragazza giovane che ha speranze semplici, avere una famiglia e una vita serena, senza ambizioni di protagonismo come invece hanno altri personaggi. Invece tutto sembra andarle storto e si trova da sola a lavorare senza sosta per mantenere sua madre e i suoi fratelli, in una situazione politica ed economica difficile. Un’eroina suo malgrado, con un elevato senso di responsabilità, che appena può si ritira in seconda fila e cerca di ricostruirsi una vita con realismo, rinunciando ai sogni ma senza rinnegarli. Una persona forte che avrebbe fatto volentieri a meno di mettersi alla prova, ma nel momento del bisogno non si tira indietro ed è capace di sacrificio. È volutamente un personaggio comune, come ce ne sono tanti che fanno il loro dovere e passano inosservati.

Come mai ha deciso di raccontare l’esodo di una popolazione così lontana dal contesto italiano e in parte poco ricordata dalla grande Storia? Quali legami o esperienze l’hanno spinta a trattare questa storia?

Il romanzo tratta anche di migrazioni, e gli armeni hanno vissuto nell’ultimo secolo migrazioni di ogni tipo, in risposta a persecuzioni e deportazioni, per nazionalismo, per migliorare le condizioni economiche e di vita. Nel romanzo sono presenti tutti questi tipi di migrazione. Gli armeni sono tra i pochi popoli più numerosi nel mondo che in patria. Questo vale anche per altri popoli mediorientali (ebrei, palestinesi, libanesi), ma per gli armeni non vi sono guerre e occupazioni di territorio in atto (vedi il problema irrisolto arabo israeliano), che imporrebbero di prendere posizione su importanti problemi di attualità prima di sviluppare l’aspetto migratorio. La migrazione a cui faccio riferimento è poco conosciuta, almeno in Italia, per cui mi sembrava importante parlarne. Le esperienze personali sono quelle che ho già citato, avere avuto la possibilità di sentire la storia di alcune famiglie.

Lei per professione ha viaggiato moltissimo, in che misura i suoi viaggi e il suo mestiere di medico hanno influenzato la stesura delle sue opere?

Le vicende trattate nel romanzo non hanno nulla a che vedere con la mia vita e le mie esperienze, a parte avere visto alcune delle zone attraversate dai protagonisti e quindi le descrizioni di paesaggi e/o sociali ne tengono conto. Questo vale per Beirut, per la Georgia e per alcune parti di Armenia come la valle del Debed e il lago Sevan. Si tratta comunque di aspetti secondari nello svolgersi della trama. Naturalmente avere vissuto a lungo all’estero, straniero in casa d’altri, mi aiuta a considerare l’umanità senza steccati, razziali o altro, e la specie umana come una specie mobile che dalla notte dei tempi si è sempre spostata alla ricerca di condizioni di vita migliori. A rigore, siamo arrivati tutti dall’Africa, indipendentemente dal colore della pelle. Nel primo libro pubblicato da Neos invece, Canarini e papaveri, soprattutto nel racconto centrale ambientato in Etiopia, l’elaborazione dei personaggi, i luoghi e il clima generale sono volutamente riferiti a quello che ho visto succedere intorno a me.

Quando scrive un racconto o un romanzo ha in mente un lettore ideale?

Sinceramente no, anche se mi rendo conto che con lo sviluppo delle tecnologie le modalità della comunicazione sono cambiate e la lettura ha perso terreno rispetto all’informatica da tavolo o da taschino, e che spesso prevalgono comunicazioni lampo senza il tempo di approfondire. Ritengo che rimanga comunque spazio anche per la lettura, e ogni lettore è il benvenuto.

Cosa significa per lei scrivere, raccontare?

Riuscire a scorgere e suggerire in vicende riferite a persone ed epoche specifiche aspetti generali, che possono valere per ciascuno di noi, felicità o infelicità, desideri o ambizioni, realizzazione di sé, apertura o chiusura mentale, curiosità o grettezza, progresso o conservazione dei demoni del passato, magari nell’illusione di mantenere delle sicurezze. Mi rendo conto di scivolare nella retorica, ma mi affascina l’idea di riuscire a parlare, anche indirettamente, degli stati emotivi che compongono la storia dell’umanità.

Quando si è accorto per la prima volta che amava la scrittura?

Ho scritto i primi racconti quando ancora facevo l’università, poi la scrittura non è stata un’attività costante, spesso il lavoro, le situazioni nuove da affrontare, la partecipazione agli eventi che in qualche modo mi coinvolgevano, hanno avuto la priorità. A posteriori, mi rendo conto di avere concentrato la scrittura in periodi di passaggio e meditazione, che spesso hanno preceduto la scelta di cambiare qualcosa nella mia vita (intorno ai trent’anni, con la crisi della “politica” e il recupero del “privato”, a metà degli anni Novanta, prima di lasciare l’attività ospedaliera in Italia e concentrarmi su progetti di sviluppo in campo sanitario all’estero). Ultimamente, con l’aumento dell’età e la progressiva riduzione dell’attività lavorativa, lo spazio per la meditazione e i bilanci è aumentato, così ho recuperato vecchi scritti e ne ho progettati di nuovi.

Quanto tempo dedica alla lettura e quali sono i suoi scrittori di riferimento o quelli che in qualche modo influenzano il suo stile?

La lettura è sempre stata una delle mie principali attività del tempo libero, e naturalmente lo è ancora. Non ho scrittori di riferimento, sono eclettico a questo riguardo. Mi interessa poco la saggistica, preferisco la narrativa, da qualunque parte del mondo provenga, e la storia, nei suoi aspetti sia generali che particolari.