Ombre, coltelli e scheletri – intervista a Milo Julini

copertina JuliniL’ultima opera di Milo Julini, Ombre, coltelli e scheletri. Due secoli di Torino noir, è stata pubblicata nel 2014 da Neos Edizioni e propone numerosi racconti di genere true crime, basati su fatti di cronaca nera realmente accaduti a Torino tra il periodo risorgimentale e i giorni nostri. Attraverso un approccio e un metodo “scientifico”, l’autore concentra la propria attenzione sulla ricostruzione di vicende criminali, come l’omicidio di un padre da parte del figlio, o la strage familiare a opera di un uomo disperato, e di fatti oscuri e inspiegabili, come il ritrovamento di alcuni scheletri sepolti sotto il manto stradale o murati in vecchie abitazioni. Ripercorrendo gli avvenimenti attraverso i giornali dell’epoca, le dicerie, la tradizione orale e una ricostruzione accurata della Torino dell’Ottocento, anche dal punto di vista topografico, Julini indaga sul perché del verificarsi di tali fatti, muovendosi tra i documenti attraverso ipotesi e congetture alla ricerca dei motivi e delle cause che li hanno determinati. In questo modo, riesce a riportare alla luce e a mantenere viva la memoria di alcuni episodi di microstoria torinese poco noti od ormai sconosciuti, accostandoli a vicende di cronaca nera più recenti, dimostrando che la distanza tra il passato e il presente, quando si parla di delitti e violenza, è quasi assente.

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Intervista a Milo Julini

Chi è Milo Julini e quali sono i suoi interessi?

Sono nato a Torino nel 1951 e, dal 1985, mi occupo, per interesse personale, della ricostruzione di vicende criminali avvenute in Torino e in Piemonte, nel periodo risorgimentale. La mia formazione scientifica mi ha aiutato a ricostruire questi avvenimenti “di prima mano”, utilizzando documenti di archivio e i giornali coevi, impegnandoli sempre per chiarire al lettore il contesto socio-politico in cui erano avvenuti i fatti criminali. Ho scritto numerosi articoli, apparsi su periodici locali del Piemonte, e sono autore di molti libri su questi argomenti.

Consultando la sua bibliografia ci accorgiamo che il periodo storico che più ha amato è quello del Risorgimento piemontese, cosa lo rende così interessante per lei?

Ho scelto di raccontare le vicende, rigorosamente vere e spesso inedite, di criminali vissuti durante il Risorgimento perché in questo periodo storico così “paludato” a Torino, capitale del regno sardo, sono iniziate le riforme della polizia, della magistratura, del sistema carcerario, e sono state create istituzioni che troviamo ancora ai nostri giorni. Con l’unità d’Italia (1861), le leggi del Piemonte sono state estese a tutta la penisola. Mi ha colpito questa vicinanza tra passato e attualità, molto più sensibile quando ho iniziato a scrivere. Per esempio, quando ho iniziato a scrivere, si stava concludendo il calvario giudiziario di Enzo Tortora, si parlava dei “pentiti” come di una novità, mentre erano ben noti anche nell’Ottocento, col nome di “propalatori”. Ecco perché, in parallelo ai casi giudiziari di questa importante epoca storica, ho anche analizzato le modalità di repressione del crimine, mi sono anche occupato degli uomini e delle strutture della giustizia, poliziotti, magistrati, per terminare con gli esecutori di giustizia, visto che la giustizia dei tribunali torinesi si concretizzava, oltre che in lunghi anni di lavori forzati, anche in condanne a morte.

Come è nato il suo primo libro? Qualche episodio in particolare del periodo risorgimentale le è sembrato  meritevole di un racconto-inchiesta?

Già da bambino avevo la passione per la cronaca nera: i miei coetanei raccoglievano le figurine dei calciatori, io ritagliavo dai giornali gli articoli che descrivevano rapine in banca e omicidi. Mi piaceva anche la storia, soprattutto quella del Risorgimento: a dieci anni rimasi estasiato quando a Torino si svolsero le celebrazioni di Italia 61, quelle definite dell’Unità d’Italia. Ho sempre coltivato, sia pure in sordina, queste mie passioni giovanili. Mi ero anche avvicinato alla letteratura in lingua piemontese e leggevo studi di storia locale, in particolare quelli concernenti il periodo risorgimentale, ma restavo sempre insoddisfatto. Verso il 1985, visto che non riuscivo a trovare in libri scritti da altri le notizie che mi interessavano, decisi di metterle nero su bianco io stesso. Ho iniziato col libro Poliziotti e propalatori nel Piemonte sabaudo. Il caso Cibolla. 1860-1861, apparso a Torino nel 1988. Ho narrato la vicenda del processo Cibolla e dello scandalo Curletti, del 1861, quando Filippo Curletti, delegato della questura di Torino, risultò essere il capo di una banda di malfattori! Fu il primo scandalo dell’Italia unita. Posso dire di avere riportato alla luce con un certo anticipo questo fatto, che nel 2011 è diventato un “tormentone” del revisionismo storico antirisorgimentale.

Ombre coltelli e scheletri. Due secoli di Torino noir è il titolo della sua ultima opera di genere true crime, ci spiega come è nata?

In questo libro sono raccolti diversi articoli apparsi sul giornale on line «Civico 20 News» sotto il titolo La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini, titolo creato da Natalino Gori, Presidente dell’Associazione Culturale Borgo Dora Torino, editrice di «Civico 20 News», quando ho esordito, il 25 febbraio 2013, con il mio primo contributo. Si tratta di storie vere, realmente accadute a Torino, in varie epoche storiche, esposte in ordine cronologico, a partire dalla proclamazione del Regno d’Italia per giungere fino ai nostri giorni. Non si parla della Torino esoterica e magica: il mio “noir” non nasce dal soprannaturale ma dal quotidiano e si manifesta negli episodi di particolare efferatezza, che ho scelto con un criterio molto personale, evitando di parlare di casi criminali ormai già ripetutamente descritti in libri di altri autori. Ho dato così un certo spazio alle storie attinenti alla criminalità giovanile di Torino postunitaria, storie che, a mio modo di vedere, appaiono piuttosto “noir” perché denotano un disagio e un’assenza di valori nei giovani operai devianti che al tempo erano definiti “barabba”.

Vi è un fatto di cronaca tra quelli che ha raccontato in questa sua ultima opera che l’ha appassionata più degli altri?  

Mi ha molto colpito il racconto che ho intitolato Uno spettro vestito di rosso: amore, gelosia, assassinio in Borgo San Donato, che è la storia, attualissima, di una donna vittima di uno stalker. Il caso, a suo tempo, venne però letto con un’ottica opposta a quella attuale, cioè di riprovazione per la donna e di giustificazione per il suo uccisore.

Immaginiamo che dietro un’opera come la sua ci sia un profondo lavoro di ricerca, di analisi delle fonti, di ricostruzioni, di congetture, di editing e correzioni. Come si comincia una ricerca simile e come si struttura?

Premetto che non sono uno storico, racconto delle storie vere, e quindi mi riservo una grande libertà di azione nella scelta degli argomenti da descrivere. L’idea nasce, di solito, dalla lettura di giornali d’epoca oppure da altre fonti, come gli scritti polemici del periodo risorgimentale, quando le opposizioni politiche utilizzavano la cronaca nera per criticare il governo. La prima fase è la ricerca dei documenti giudiziari, ovvero le sentenze, quella di rinvio a giudizio e quella che conclude il processo. Il fascicolo processuale, invece, spesso risulta ormai introvabile. Le cronache giudiziarie dei giornali coevi forniscono gli elementi di colore, trascurati dai documenti, come l’aspetto fisico e il comportamento degli accusati, le reazioni del pubblico, ecc…

Spesso nei suoi racconti-inchiesta invita i romanzieri a ispirarsi a questi fatti di cronaca che lei recupera nelle sue opere. Ha mai pensato di raccogliere lei stesso l’invito che fa ad altri e di cimentarsi nella stesura di un romanzo storico noir?

Sono convinto che la fantasia sia sempre al di sotto della realtà e questo mi impedisce di pensare a scritti di fantasia che rielaborino episodi reali. Inoltre, anche se il periodo storico risorgimentale non è troppo lontano, sono sempre possibili anacronismi e descrizioni di atteggiamenti e pensieri dei personaggi che non risultino verosimili perché troppo moderni. Sono difetti che ho più volte riscontrato in romanzi storici recenti… inoltre, per compensare la mancanza di idee veramente valide in campo poliziesco, qualche autore spinge sui pedali dello splatter e del sesso sfrenato, come nei fumetti porno degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Mi piacerebbe molto che a Torino qualche autore scrivesse romanzi polizieschi veramente validi, ambientati nell’Ottocento, io sarei ben felice di collaborare.

 Il suo è un genere molto complicato, dove lei come autore assume il ruolo di “detective” che indaga tra le fonti scritte e orali per ricostruire e in alcuni casi supporre una soluzione a casi storici di cronaca nera. Le è mai capitato di giungere a conclusioni diverse da quelle indicate dai giudici? 

Non di rado le prove che hanno convinto i giudici e i giurati a emanare una severa sentenza di condanna, a morte o ai lavori forzati, non mi appaiono del tutto convincenti… ma si tratta di avvenimenti troppo lontani nel tempo e dei quali possediamo una documentazione troppo esigua per formulare ipotesi alternative a quella della sentenza. Va anche considerato che spesso si tratta di furti, di rapine e di omicidi di malavita, ed è quindi impossibile indagare per trovare un colpevole diverso da quello condannato. In qualche delitto di ambito familiare, come il parricidio, con un numero più limitato di protagonisti, si può talvolta pensare a una diversa soluzione o, almeno, a una differente lettura del caso.

Perché rivangare certe vicende di cronaca nera? Quale importanza possono avere oggi questi fatti di microstoria?

A chi mi chiede perché rivangare queste vicende, rispondo che questi personaggi spesso sono ormai sepolti in vecchie carte come fossili e che la mia ricerca li riporta in luce, perché, come i fossili, possano fornire, a chi li sa guardare, anche notizie di microstoria. Le cose rubate, il loro valore, le situazioni in cui sono avvenuti i furti, le relazioni interpersonali nel caso di omicidi… sono tutti elementi difficili da raccogliere dalla letteratura coeva, che presenta spesso una immagine idealizzata della società del tempo. E poi si tratta di storie avvincenti, molto più stravaganti e suggestive di quelle partorite dalla fantasia di qualche romanziere.

Molti scrittori sostengono che scrivere sia la parte più faticosa del proprio mestiere, mentre correggere, riscrivere e rivedere le proprie bozze sia la parte più divertente? È stato così anche per lei?

Per me, al contrario, è faticoso rivedere le bozze, bisogna far combaciare tutti gli elementi prospettati, personaggi, nomi e cognomi, luoghi; ci vuole particolare attenzione alle date, a volte sono errate anche nei documenti.

Quanto tempo dedica alla lettura e, anche pensando al genere del true crime, quali sono i suoi scrittori di riferimento?

Mi è sempre piaciuto leggere, invecchiando ho perso interesse ai romanzi e mi sono concentrato sui saggi che analizzano quegli aspetti di Torino e del Piemonte che possono avere dei riscontri per le mie ricerche. Uno scrittore di true crime che mi piace molto è Claudio Giacchino, che si occupa del passato prossimo torinese: le sue ricostruzioni di fatti e personaggi, che conosco anch’io per ragioni anagrafiche, sono veramente magistrali. Devo dire che nel campo del true crime, in Italia, non ho trovato autorevoli autori di riferimento, anche perché talora si usa questo genere per diatribe politiche, come nel caso di Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, Lorenzo del Boca, scrittori molto brillanti ma spesso assai polemici. Non parlo poi di chi scrive di true crime per produrre scritti splatter… Come scrittore di riferimento, penso a Leonardo Sciascia, del quale nel 1976 ho letto “religiosamente” il saggio I pugnalatori. Allora avevo 25 anni, ho cominciato a scrivere dieci anni dopo, sempre pensando ai Pugnalatori di Sciascia. È però un riferimento emotivo, visto che Paolo Pezzino, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, nel 1992 ha proposto una lettura del caso del tutto opposta a quella di Sciascia.

Ha altri lavori nel cassetto di cui le andrebbe di darci una breve anticipazione?

Nel cassetto ho una lunga serie di “semilavorati”, ma in particolare vorrei concludere una seconda raccolta di storie riguardanti un particolare aspetto della cronaca giudiziaria, quello della giustizia “che diverte” o, meglio, che può far sorridere. Si tratta quasi sempre di una giustizia in apparenza “minore”, divertente per quanto possa essere divertente la giustizia, ne ho già parlato nel mio libro Processi e sorrisi – Racconti giudiziari 1865 – 1878, pubblicato da Neos Edizioni nel 2012.