Normale ma non troppo – intervista a Paolo Fiore

Fiore-Normale ma non troppoStanco di pagare le tasse comunali, Bartolomeo Rosso riesce a farsi dichiarare morto; il dottor Barbero, invece, riconsidera la propria vita dopo l’incontro con un barbone che cerca l’uomo” nei cassonetti dell’immondizia; Chiaffredo Delpino tenta per anni di vincere un concorso nella pubblica amministrazione, lottando contro una burocrazia complessa e mutevole.

Sono solo alcuni dei protagonisti che Paolo Fiore mette in scena in questa sua prima raccolta di racconti, edita da Neos Edizioni, dove da un fatto apparentemente insignificante e quotidiano nascono conseguenze improbabili, dialoghi assurdi in cui i protagonisti stessi s’incagliano, lasciando emergere le loro manie, astuzie, contraddizioni e debolezze che li rendono talvolta ridicoli, ma profondamente umani e commoventi. I personaggi si muovono pericolosamente sull’instabile filo della normalità, dimostrando che basta una piccola distrazione per perdere l’equilibrio, in questo mondo che altro non è che il nostro. 

Per acquistare il libro di Paolo Fiore, clicca sul link di Neos Edizioni.


INTERVISTA A PAOLO FIORE

 

Cominciamo con una breve presentazione. Chi è Paolo Fiore, quali sono i suoi interessi?

Cominciamo col difficile! È molto più facile dire cosa faccio. Proviamo con una descrizione il più possibile oggettiva. Sono un uomo di mezza età, nato in una cittadina del cuneese, Mondovì, alla metà degli anni Sessanta, da padre piemontese e madre ligure. Sono, però, cresciuto in un’altra cittadina, Chiavari, nella riviera ligure di levante, dove sono vissuto a lungo, quasi trent’anni, ho frequentato le scuole, stretto amicizie, della quale ho imparato il dialetto. È un luogo al quale sono profondamente legato e in cui torno volentieri appena possibile. Sono un piemontese “di ritorno”, nel senso che ho trascorso gli ultimi quindici anni a Torino, città che comunque frequentavo fin da piccolo e che mi è sempre piaciuta. Sono finito qui per questioni lavorative, dal momento che sono impiegato nella Pubblica Amministrazione. Ho scoperto che mi piace sia vivere in una grande città, che offre numerose possibilità e spunti, sia in una cittadina tranquilla come Chiavari, nella quale si riesce ad avere un migliore rapporto con le persone. Da ragazzo non lo avrei considerato un valore così importante, ma si sa che con l’età… Al di là dei servizi importantissimi come le strutture sanitarie, taluni uffici e via discorrendo, le possibilità che offre la città talvolta sono persino troppe, e non sempre di un livello decente. Diciamo che è bello sapere che esistono e che si può tranquillamente rinunciarvi per rimanere nel proprio antro. Quanto ai miei interessi, sono ormai di lunga data. Innanzi tutto la storia, che scopro giorno per giorno non interessare più a nessuno. Alcune passioni sono, per così dire, dei “derivati”: l’archeologia e l’epigrafia, innanzi tutto. Si tratta di materie che continuo a coltivare, anche se non più come professione. E poi, o prima, naturalmente la lettura e la scrittura. Quello per la lettura è stato il mio primo interesse, e continua. Importantissimo è, poi, l’interesse per la ricerca di senso e la religione, ma se cominciamo a parlare di questo, non finiamo più. In fondo potremmo anche definirla “ricerca della felicità”.

Normale ma non troppo è la sua prima opera di narrativa, ma lei non è nuovo al mondo dell’editoria, finora però si era cimentato solo nel saggio. L’amore per la letteratura è nato in ritardo o era solo nascosto?

Era solo nascosto. È vero che mi sono già occupato di editoria, ma si trattava di pubblicazioni scientifiche, in campo archeologico e storico. Principalmente sono stati articoli su riviste e miscellanee, alcuni su testate di un certo rilievo. In un caso ho curato l’edizione di un volume di saggi su una chiesetta medievale che sorgeva a Carasco, nell’immediato entroterra di Chiavari. In altre occasioni, mi sono occupato di pubblicazioni dell’Ente per il quale lavoro: libri, cataloghi e, in qualche caso, DVD. In effetti è la prima volta che mi occupo di opere letterarie, però la scrittura è una malattia della quale soffro da parecchio tempo. Fin da quand’ero ragazzo. Solo poche persone fidate, direi un paio, leggevano quel che andavo scrivendo. Tante idee sono rimaste allo stato di abbozzo, forse perché troppo pretenziose o perché necessitavano di ricerche che non ho mai avuto il tempo di fare. Alcune sono semplicemente in attesa di completamento, o di rifinitura. Comunque, nel corso degli anni ho cominciato anche a scrivere dei testi relativamente brevi, che a questo punto dobbiamo per forza chiamare racconti, sugli argomenti più vari. Dopo un po’ ho cominciato a farli leggere a qualche amica e amico fidati e, in diversi casi, ha avuto un riscontro positivo. Trovavo divertente, poi, la finzione di un autore che fosse altro da me. Naturalmente i miei lettori sapevano che si trattava di uno pseudonimo, ma ne parlavamo come di un’altra persona, che valutavamo con una certa serietà. Quanto meno, è stato utile per evitare di prendermi troppo sul serio. Alla fine, anche i racconti si sono accumulati. Stiamo parlando di una trentina d’anni, anche se la maggiore produzione si concentra negli ultimi quindici. A qualcuno piaceva un tipo di racconto, a qualcun altro le avventure di un certo personaggio. Sono orgoglioso di dire che ciascuno ha trovato qualche racconto che proprio non gli piaceva. Alla fine, dopo ripetuti solleciti, e un po’ di gioco delle parti, ho fatto una scommessa la cui perdita mi ha costretto a spedire il manoscritto ad alcune case editrici. Chissà perché ci ostiniamo a parlare di manoscritti anche se ormai si spediscono dei file o, al massimo, delle stampe, neppure più dei veri dattiloscritti. In ogni caso, alla fine il manoscritto è stato accettato. Anche in questo caso ho perso una scommessa, peraltro ancora non pagata, ma direi che va bene così.

La sua opera è una raccolta di racconti tutti ambientati tra il Piemonte e la Liguria, se escludiamo un racconto in ambito napoletano. Questa geografia letteraria ha un significato per lei?

Certamente. Ricalca esattamente la storia della mia vita, anche se le vicende delle quali racconto non fanno altrettanto. Per esempio, non mi è ancora successo di diventare un barbone o di fingermi morto per non pagare le tasse, anche se di questi tempi non si può mai dire. Comunque, sono ambientati in queste due aree geografiche perché sono quelle che conosco, di cui parlo, o almeno capisco, il dialetto. Anche se non sempre racconto di un preciso punto della Liguria o del Piemonte, credo di sapere con sufficiente approssimazione quale luce mi illuminerebbe in un certo periodo dell’anno, quale vento mi darebbe fastidio e quanto freddo sentirei a fine novembre. Certo, tra la Liguria di levante, che è la mia, e quella di ponente c’è una differenza fondamentale: da noi il sole tramonta nel mare, ma l’importante è che il mare ci sia. Visto il taglio dei racconti, però, direi che è ancora più importante che abbia cominciato a conoscere il modo di pensare ligure e piemontese, la diversa maniera di porsi dinanzi alle persone, di perseguire i propri scopi, anche se identici. Tanto per spiegarmi: un ligure e un piemontese che desiderano una certa cosa, seguirebbero strategie quasi totalmente differenti per ottenerla. In tutto questo, però, ho almeno imparato che gli scopi degli uomini (e delle donne, naturalmente) sono sempre gli stessi. Non che sia una scoperta entusiasmante, e non ho impiegato neppure troppi anni per conseguirla: aveva capito ogni cosa già Salomone, quando diceva che tutto è vanità e sotto il sole non c’è nulla di nuovo. Certo, lo diceva molto meglio, ma si sa che quando si ha l’ispirazione…

I personaggi dei suoi racconti sono furbi, scaltri, altri incespicano nelle loro manie, nei loro discorsi. È così che vede la società? Si è ispirato a figure reali?

Purtroppo devo ammettere che i personaggi che ho descritto somigliano a quelli reali più di quanto immaginassi. Nella maggior parte dei casi sono partito dall’immagine di una situazione che dalla normalità più ovvia scantonasse nell’assurdità totale. I protagonisti, naturalmente, dovevano agire di conseguenza, ma avevo già al principio l’idea che in fondo a ciascuno esista la possibilità di compiere atti che non corrispondono a quanto ci si attende da una persona “ammodo”, anche senza cadere nel delitto. Non ho voluto amplificare le piccole manie dei personaggi, perché da sole bastano e avanzano per condurli in situazioni paradossali. Nella maggior parte dei casi, però, agiscono con estrema serietà, convinti di operare con ragione. Talvolta credono di essere furbi, molto furbi. In realtà cadono nelle loro stesse trappole, un po’ come il coyote dei cartoni animati. Direi che credono di essere dei “furbacchioni” mentre in realtà sono solo dei “furbastri”. Dopo averci riflettuto, devo ammettere che nella realtà sembrano proprio in tanti ad essere convinti di essere “più furbi” e a comportarsi di conseguenza. Per i personaggi che ho creato, però, non mi sono basato su figure reali e le storie sono tutte invenzione della fantasia. Tuttavia, mi ha colpito, forse dovrei dire spaventato, la constatazione che la realtà superi la fantasia stessa. Faccio un esempio: al mio ritorno dalla presentazione del libro a Chiavari, un bel mattino di luglio ho letto sulle locandine de “La Stampa” il titolo Si finge morto per non pagare le tasse. Senza addentrarci nel merito della vicenda, che per di più è al vaglio delle autorità: ho scritto una storia simile nel 2004!

Normale ma non troppo, cosa significa per lei questo titolo?

Il titolo è bello, migliore di quello che avevo proposto inizialmente. Insieme all’editrice e all’editor abbiamo esaminato diverse possibilità e abbiamo scelto Normale ma non troppo. Sono contento della decisione, perché completa meglio il discorso sull’assurdità delle situazioni alla quale accennavo poco fa. Fa capire che basta un minimo scarto dalla norma, da una quotidianità che magari si odia ma che protegge da qualunque difficoltà, per cadere nell’assurdità. Per cadere nell’assurdo non è necessario camminare a testa in giù, basta parlare con una persona credendo che sia un’altra, interpretare alla lettera un’affermazione, o semplicemente rifiutare di riconoscersi nel personaggio riflesso dallo specchio. Basta portare alle estreme conseguenze un discorso o un’azione, magari ritenendo che sia giusto farlo “per principio”. Oppure, peggio ancora, basta elevare a norma quel che noi vogliamo lo sia. È evidente che prima o poi ci si deve rendere conto che la norma non è quel che noi abbiamo deciso. C’è da sperare che avvenga mentre si è ancora in tempo per rimediare.

Uno dei suoi racconti affronta un testo di Alessandro Manzoni, altri mostrano degli echi pirandelliani, quanto sono stati importanti i classici per la sua formazione e ha un autore che considera il suo maestro?

La citazione di Manzoni è esplicita e fondamentale, perché il protagonista fa di Manzoni quasi la norma della sua stessa vita. È uno dei casi ai quali accennavo: una persona che non riesce a prendere le misure all’esistenza e, fortunatamente mentre è ancora in tempo, si accorge dell’errore. Così scopre di essere in torto, per quanto in fondo avesse ragione nella specifica questione che ha scatenato il dramma. Quanto a Manzoni e ai classici non ho altra possibilità che ammettere che sono stati e sono fondamentali per la mia formazione. Prima ancora dello studio come dovere, al liceo e all’università, sono stati una passione. Del resto, il fatto che siano divenuti dei “classici” significa che hanno centrato il bersaglio: affrontano qualche aspetto dell’uomo e della sua esistenza, della sua ricerca, e propongono, se non dei modelli, delle possibili soluzioni. Gli autori dei classici sono persone che hanno veramente costruito un “monumento più duraturo del bronzo”. Secondo me è importante che diventino parte di noi stessi, non delle auctoritates alle quali far riferimento per troncare una discussione con la citazione giusta, ma degli amici che ci hanno confidato quel che pensavano sugli argomenti che contano, cioè, in fondo, sulla vita e sulla morte. Anche per questo non me la sento di compromettere qualche autore citandolo a maestro. Dal momento che abbiamo parlato di Manzoni, però, devo ammettere che il suo capolavoro rimane una meraviglia per tanti aspetti: il rigore storico, senz’altro, la lingua purissima che l’autore ha “inventato”, l’aspetto morale del libro, sul quale forse non tutti sono d’accordo, ma anche l’umanità di Manzoni e la sua triste ironia. Direi proprio che Manzoni ha realizzato quel che Orazio affermava secoli prima: con un durissimo labor limae ha realmente edificato un monumentum aere perennius.

Parliamo di editoria. È stato lungo il suo percorso prima di trovare un editore?

Il percorso è stato molto lungo prima di imbattermi nell’editoria vera. Ad essere lunghi sono stati la gestazione dei racconti e il tentennamento prima di sottoporli al vaglio dei professionisti. In realtà ho spedito il manoscritto prima delle ferie estive ed una decina di mesi dopo potevo presentare il libro ormai stampato. Come tutti, ho spedito il plico a una serie di editori, scelti per il grande nome o perché localmente apprezzati, o per tutti e due i motivi. Come tutti, ho ricevuto alcuni cortesi rifiuti, un paio di eloquenti silenzi, messaggi interlocutori e, alla fine, la proposta editoriale di Neos Edizioni.

 È stato coinvolto nei passaggi della macchina editoriale?

Sinceramente, non ho una tale esperienza da poter valutare il grado del mio coinvolgimento. Se si intende un lavoro di persuasione per essere scelti, devo dire di no. Ero sconosciuto all’editrice e il manoscritto ha seguito la normale trafila delle diverse letture e valutazioni da parte del comitato di redazione. So che la valutazione è stata accurata e con diverse opinioni in merito all’opportunità di stampare il testo. Non deve essere stato facile neppure decidere di puntare su un libro del genere “racconto”, che credo sia preceduto solo dal “teatro” e dalla “poesia” nella graduatoria dei generi meno vendibili. Dopo la proposta di pubblicazione, invece, sono stato coinvolto ed è stato molto interessante capire quel che sta dietro una pubblicazione. A cominciare dal tipo di materiale che occorre consegnare, alla scelta del titolo e della copertina. Ovviamente, l’editore si è rivolto a figure professionali, che hanno garantito un lavoro accurato e in tempi rapidi. La mia parte è consistita principalmente nella scelta dei racconti da inserire nella raccolta, nel sostenere la loro validità “oltre ogni ragionevole dubbio” e nella correzione delle bozze. Una volta pubblicato il libro, è cominciata la fase di presentazione: in Liguria (a Chiavari e dintorni) e in Piemonte (Torino, Caraglio, ecc…).

Quanti lavori di correzione bozze e di editing ha subito la sua opera prima che decidesse di presentarla a Neos Edizioni?

Moltissimi, ma tutti miei. Nel senso che ho sottoposto i racconti alla lettura di alcuni amici e amiche, ma nessuno di loro ha preteso di apportare correzioni che, del resto, non avrei potuto far mie senza rinunciare alla paternità degli scritti. Però il lavoro di revisione è stato davvero lungo. Prima citavo Orazio e il labor limae: lo credo indispensabile, perché si tratta di scritti che hanno la pretesa di essere letti. È indispensabile che i testi che si pubblicano siano grammaticalmente corretti, su questo credo che non si dovrebbe transigere, e poi devono essere “artisticamente” graditi a chi li firma. Non è un “prodotto”, per il quale sia sufficiente inserire gli ingredienti in un frullatore. Qualunque scritto è un’opera dell’anima umana, della persona che parla ad altre persone. La scelta di un sostantivo o di un aggettivo che abbia una sfumatura di colore, od olfattiva, sono determinanti per trasmettere il messaggio. Anche se si parla semplicemente di un barbone che scava nei cassonetti vicino a Corso De Gasperi. Gli amici, però, direbbero semplicemente che sono un insopportabile pignolo.

È seguita poi un’altra fase di revisione con l’editor. Secondo la sua esperienza, una figura del genere è utile per l’autore?

Utilissima. Ne avevo sentito parlare, ma non sapevo esattamente cosa si intendesse per “fase di editing”. L’editor è di grande aiuto, perché è una figura professionale differente sia dall’autore sia dall’editore. Per me si è trattato della prima esperienza di lavoro con un editor e ritengo di essere stato molto fortunato. So che viene scelto in base a tanti fattori, tra cui mi vengono in mente il genere di libro e l’ambientazione. Una volta individuato quello giusto, tocca all’autore e all’editor trovare tutte le magagne del manoscritto. Oltre che conoscitore delle regole stilistiche e di composizione dei volumi prodotti dal committente, perciò, l’editor deve essere dotato soprattutto, e in grande quantità, di buon senso. Nel mio caso, l’editor si è preoccupato innanzi tutto di aiutarmi nella scelta dei racconti da inserire nel volume. Non era facile, è evidente, ma occorreva giungere a una raccolta omogenea e di dimensioni accettabili. Fin da questa scelta si rendeva necessario applicare il buon senso, unito a una seconda qualità che credo anch’essa indispensabile: la capacità di saper indicare le difficoltà, senza edulcorarle ma senza voler imporre la propria scelta, per quanto tecnicamente corretta possa essere. Questo è ancor più necessario nell’esame dei singoli testi da inserire. L’editor si è impegnato a fondo per verificare ogni dato che venisse citato e trovare le possibili incongruenze o contraddizioni, i possibili equivoci nei quali potrebbe incorrere il lettore. Si è instaurato un dialogo relativamente breve ma molto cordiale, costruttivo e istruttivo, almeno per me. Per ogni dubbio c’è stato uno scambio di opinioni e la ricerca della migliore soluzione. Non è detto che a ogni dubbio debba corrispondere un cambiamento nel manoscritto: anche in questo viene fuori il buon senso dell’editor. Deve avere la capacità di porre dubbi senza voler imporre la propria risposta. Alla fine del lavoro, però, l’autore si trova ancor più convinto di quel che ha scritto. Per Normale ma non troppo, la Neos Edizioni ha scelto come editor Giovanni D’Accurso e in poco più di un mese siamo arrivati alla definizione del testo da mandare in stampa. Sono molto soddisfatto del lavoro svolto e anche di aver trovato una persona competente e dotata di quel buon senso che non mi stanco di definire fondamentale (non solo nell’editing). Una curiosità: sia l’editor sia il sottoscritto viviamo a Torino, eppure abbiamo svolto il lavoro senza mai vederci. Tutto si è svolto attraverso la posta elettronica, o forse dovrei dire “nonostante” la posta elettronica, visto che per alcuni giorni non si riusciva a scambiarsi messaggi che divenivano urgenti.

Ha altri lavori nel cassetto? Magari questa volta un romanzo?

Temo di dover ammettere che effettivamente altri lavori riempiono il cassetto, sia fisicamente sia digitalmente parlando. Ovviamente sono rimasti un bel po’ di racconti che non è stato possibile includere in Normale ma non troppo, e alcuni non sono meno validi di quelli scelti. Altri si stanno aggiungendo e stanno subendo il vaglio di amiche e amici compiacenti. Effettivamente c’è anche qualcosa di ben più lungo, ma non so se si possa definire “romanzo”. Uno è pressoché terminato, mentre un altro paio sono in fase più o meno avanzata di scrittura. Per alcuni devo compiere ricerche accurate, dal momento che sono ambientati in periodi storici diversi, ma spero proprio di condurli a termine. Il tempo è quello che è, dal momento che la scrittura costituisce per me un passatempo, e poi il concludere uno scritto non significa che questo sia degno di pubblicazione, ma chissà…