Luce innaturale - Intervista a Nicole Tinazzi

Nicole Tinazzi è nata il 19 dicembre 1998, vive a Verona, ha lavorato come copywriter e articolista per diversi quotidiani, prestandosi ogni tanto all’impiego di ghostwriter per giornali nazionali. Attualmente lavora come logopedista e studia recitazione presso l’Accademia Artisti. La sua prima pubblicazione appartiene all’anno 2015 e consiste in un romanzo di formazione che tratta i temi di anoressia e bullismo. In seguito a quell’opera, ha pubblicato un secondo romanzo di stampo medical. Nicole è naturalmente appassionata di lettura e scrittura, ama studiare nuove lingue e apprendere più informazioni possibili, trova che la matematica sia estremamente entusiasmante e si rilassa studiando le funzioni.


Trama: È il 2 aprile 2020 e in Italia è in atto un periodo di lockdown per contrastare la diffusione del Covid19. La giovane protagonista, che vive in un quartiere di campagna, da circa un mese si trova in quarantena con il padre, autoritario e violento, e la madre, con la quale condivide le stesse sofferenze. La situazione di convivenza forzata ha reso ancora più pericolosi gli atteggiamenti del padre e, giunta a un punto di non ritorno, la ragazza ha deciso di scrivergli quattordici lettere, una ogni notte, che corrispondono al periodo di incubazione del virus. Intende mostrargli cosa vedono gli occhi di una figlia, per rendere palese la distanza che esiste tra la figura ideale che la gente ha di lui, visto come un gran lavoratore, e quella reale, un maschilista violento, possessivo e autoritario. All’interno delle lettere emergerà un ritratto autentico del padre, un genitore crudele che con le sue offese quotidiane e le sue prepotenze ha tolto ogni libertà alla protagonista, creandole disagi scaturiti poi in disturbi alimentari, in insicurezze, nell’abbandono della ginnastica artistica e in una forte sfiducia nel futuro. Si può davvero uscire da una situazione famigliare simile o l’unica soluzione è farla finita?


Luce innaturale è stato pubblicato da Pluriversum edizioni ed è disponibile su Amazon.


 

INTERVISTA A NICOLE TINAZZI


 

Come è nata l’idea per questo romanzo?

L’idea è arrivata mentre leggevo un articolo a commento dei dati Istat sulla violenza sulle donne. Le percentuali riportate mi hanno impressionata: il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni (6.788.000) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza e le forme più gravi di aggressività sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Durante il lockdown, le donne sono state costrette a restare a casa, alcune si sono trovate rinchiuse insieme al loro aguzzino e non hanno avuto la possibilità di denunciarlo. Ho pensato che fosse doveroso portare l’attenzione su questa tragedia che accompagnava la drammatica situazione sanitaria.

Può spiegarci il significato del titolo del romanzo?

Il titolo scelto è Luce innaturale, spesso si dice che i figli somiglino a piantine che necessitano di luce e nutrimento per crescere sani e forti. Anche la protagonista del mio libro è una figlia, è stata una bambina e adesso è un’adolescente. Tuttavia, la luce, cioè l’ambiente in cui è cresciuta, è del tutto innaturale perché vi aleggia la violenza, che deforma i rapporti familiari. Si tratta di una luce che, anziché rischiarare un luogo rendendolo sicuro, crea ombre e zone d’oscurità minacciose.

La sua protagonista è un’adolescente costretta, a causa del primo lockdown nel 2020 per contrastare il Covid, a vivere a stretto contatto con la sua famiglia. Cosa comporta per lei questo isolamento?

L’isolamento a cui è costretta la protagonista la obbliga a trascorrere il tempo con i famigliari e purtroppo con il padre violento. Per lei si tratta di un’esperienza traumatica che riporta alla vita ricordi rilegati nel passato fino a convincerla a tramare la morte. Si tratta, ovviamente, di un’esperienza estrema. Se penso a come ho trascorso io il lockdown, tra scrittura, lavoro in smartworking, programmi di fitness e studio, mi è facile capire come l’amore di una famiglia possa influenzare la nostra vita rendendola terrificante o serena.

La protagonista cerca rifugio nella scrittura, una passione spesso osteggiata dal padre, al punto che decide di farne un’arma e di usarla per esprimere verità e per portare a compimento il suo piano. Vuole parlarcene meglio?

La scrittura, per la mia giovane protagonista, è un’arma. Decide infatti di scrivere un diario, più simile a un j’accuse, per rendere note al padre tutte le occasioni in cui lui ha usato violenza su di lei o sulla madre. Vuole che l’uomo non resti impunito per ciò che ha fatto, ma che il senso di colpa lo annienti, desidera fargli conoscere tutto il suo disprezzo e il suo odio.

Questa solitudine forzata ha amplificato alcuni rapporti difficili nelle famiglie degli italiani, come succede nel suo romanzo, in particolare si è verificato un aumento di casi di violenza sulle donne. Una delle sue figure femminili, la madre della protagonista, non si decide a denunciare il marito. Secondo lei perché le donne non sono sempre disposte a denunciare queste violenze?

Io sono soddisfatta che la maggior parte delle donne che ha avuto un partener violento lo abbia lasciato, i dati dicono che il 68,6% delle donne con partener violento ha troncato la relazione. Certo che non si sta parlando di denunce e manca comunque all’appello un buon 31,4% che probabilmente ha proseguito la relazione. Credo che i motivi delle mancate denunce siano diversi, ma i più importanti ritengo siano riferibili alla mancata sicurezza di ciò che viene dopo la denuncia. Alcune donne si chiedono: cosa faccio dopo averlo denunciato? Verrà arrestato o no? In caso negativo, dove andrò a vivere? Che cosa mi potrebbe fare dopo aver scoperto che l’ho denunciato? Occorrerebbe poi aprire un capitolo intero riguardante la violenza economica: ho conosciuto donne che non potevano disporre del denaro che guadagnavano in quanto confluiva nel conto corrente del marito e lui decideva di settimana in settimana quanti soldi potessero spendere le mogli. Se pensiamo a una madre, magari con figli piccoli a carico, che non possiede denaro e non può permettersi le spese necessarie a cambiare casa, dovrebbe esserci più facile capire perché alcune donne restano accanto a un partner violento.

Quale messaggio spera che possa arrivare ai lettori del suo romanzo?

Spero si comprenda che è sempre possibile fuggire da una situazione di violenza, che esistono strutture pronte ad accogliere le vittime, ma anche che occorre essere pronti a riconoscere i segnali di una relazione che sta evolvendosi in un rapporto insano. Infine, vorrei che tutti dedicassimo più attenzione alla tematica della violenza, spero dal libro si colga quanto è importante che le istituzioni come la scuola o anche gli amici e le persone esterne alla famiglia siano pronte e soprattutto capaci di aiutare una vittima di violenza.

Cosa significa per lei scrivere, raccontare?

Scrivere è un dialogo con me stessa che si fissa sulla carta, io imparo scrivendo, ragiono, mi calmo, mi prendo il tempo di esaminare i fatti, le emozioni e le storie. Suppongo che questo significhi crescere interiormente e comprendere quali siano i miei pensieri, pur dando vita a personaggi molto diversi da me. Probabilmente scrivere è ciò che mi aiuta a maturare e ad accettare le differenze.

Quando si è accorta per la prima volta che amava la scrittura?

Ricordo un episodio, mancava poco al compimento dei miei 5 anni, ero in biblioteca con mia mamma e stavamo scegliendo un libro per me, ho imparato a leggere molto presto. Mentre mamma sfogliava un volume, io mi sono guardata attorno e ho constatato quanti libri ci fossero in quella stanza, ricordo di aver detto: “Io non voglio leggere, voglio essere quella che scrive i libri”. Non conoscevo nemmeno la parola “scrittrice”. Mamma ha sorriso, dopo qualche anno, mi ha raccontato che da giovanissima scriveva poesie. Non ho mai cambiato idea da quel momento.

Quanto tempo dedica alla lettura e quali sono i suoi scrittori di riferimento?

La mia scrittrice preferita è Oriana Fallaci. È un riferimento per la fluidità e la ricchezza dello stile, per il lessico, per la chiarezza di espressione. A farle compagnia tra i miei riferimenti ci sono London, Fitzgerald e Follett. Il tempo dedicato alla lettura varia a seconda dei periodi. Ci sono momenti in cui leggo letteralmente tutta la giornata e altri in cui posso dedicare solo pochi minuti al giorno a un libro. Comunque, non passa un giorno senza che io mi sia dedicata alla lettura almeno di una pagina.

Ha altri libri nel cassetto o progetti in fase di stesura?

Ho un progetto che amo molto il cui manoscritto è concluso e viaggia in cerca di un editore, ma questo viaggio è appena iniziato quindi sono fiduciosa e spero che troverà un porto sicuro; e non mancano progetti iniziati o stesi per metà che aspettano di essere ripresi in mano. In tutti i casi, comunque, si tratta di opere che vogliono parlare di tematiche universali e senza tempo, capaci di emozionare persone di ogni generazione.

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