Verdi contro Wagner – Intervista a Marco Pizzi

Verdi contro Wagner - Intervista a Marco Pizzi

Marco Pizzi è nato a Roma nel 1981, all’università ha studiato Fisica teorica fino a conseguire il dottorato prima di abbandonare la ricerca e di dedicarsi con maggiore impegno alla scrittura. Adesso insegna in part-time in un liceo di Roma e il resto del tempo lo dedica alla letteratura e al teatro. Una sua grande passione è la musica, per diversi anni ha frequentato anche il Coro Saraceni alla Sapienza diretto dal Maestro Agostini, la cui frequentazione lo ha sicuramente aiutato a scrivere diverse pagine di Verdi contro Wagner. Ama lo sport e pratica soprattutto il tennis, che gli permette di rilassarsi all’aria aperta. A volte lo si sottovaluta, ma anche per scrivere bisogna stare bene fisicamente, il cervello non è un’isola staccata dal resto del corpo. Ha scritto già diversi romanzi e pièce teatrali, alcune delle quali premiate e rappresentate. Per ora ha pubblicato tutto quasi esclusivamente con il servizio di self publishing di Amazon.

Per la narrativa ricordiamo: L’amore dopo Darwin vol. 1 (2020), Incontro con Cristo (2015).

Per il teatro: Il sangue (2020, Premio Tragos), Maternità inattesa (2017, finalista Premio Tragos), Solo con Falcone (2014, Segnalazione Vittorio Giavelli), Il mare di Majorana (2012, Premio Teatro Helios); il corto Tonio split-brain (2020, Premio della giuria e Premio del pubblico al concorso Belli corti). Ha inoltre tradotto Il candidato di Flaubert e Il Giulio Cesare di Shakespeare.

Verdi contro Wagner: Venezia, 10 febbraio 1883, Verdi è appena giunto in laguna per eseguire in segretezza la nuova ouverture dell’Otello. Wagner, che si trova in città per rilassarsi a causa dei suoi problemi cardiaci, viene a conoscenza della notizia e chiede al compositore italiano di poter assistere alla prova. Da questo spunto fittizio comincia un racconto che immagina la nascita di un’amicizia segreta tra i due massimi operisti dell’Ottocento, che in realtà non si incontrarono mai.

La vivace figura della contessa Clarina, l’erudito e compassato Tenca, il viscido giornalista Scafati, l’enigmatica Cosima, la passionale Stolz, l’umile Giuseppina e un giovane poeta esaltato di nome Gabriele sono i comprimari di questa storia che, attingendo più volte dall’epistolario di Verdi e dagli scritti di Wagner, vuole essere il pretesto per ragionare di musica, d’arte, d’amore e morte a Venezia, alternando momenti drammatici e più divertenti.


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INTERVISTA A MARCO PIZZI

 

Il self publishing è una scelta o una necessità?

Diciamo che la scelta sta a monte nel volere seguire una mia strada personale, senza incanalarmi in un genere preciso o particolarmente di successo. Con queste premesse, trovare un editore è sempre un percorso molto complesso e lungo. Ancora più difficile è la pubblicazione del teatro scritto, poiché in Italia purtroppo trova pochissimo spazio ed è un peccato perché è letteratura a tutti gli effetti: non necessita di meno cura e meno sforzi di un romanzo, se non per l’estensione.

Che differenza c’è tra la scrittura per il teatro e un romanzo?

Per certi versi si potrebbe considerare il romanzo come un testo teatrale che è troppo lungo e complicato da mettere in scena… Anche molte scene di Verdi contro Wagner potrebbero formare una pièce teatrale, ma sarebbe complicato e costoso trovare tutti gli attori per i rispettivi personaggi oppure servirebbero molti tagli. Il bello della narrativa è questo, da una parte si perde la sacralità del momento dal vivo che può dare solo il teatro, ma in compenso le parole di chi scrive e l’immaginazione di chi legge possono sopperire a tutto il resto. Anche nei momenti di più rigido lockdown questo non ce l’ha potuto togliere nessuno.

Come è nata l’idea per questo libro?

Il nucleo originario di Verdi contro Wagner è nato come un racconto a puntate scritto sul mio vecchio blog in occasione del bicentenario della nascita dei due compositori. Sono un appassionato lettore di epistolari, soprattutto dei musicisti, e avevo trovato molto interessanti gli scritti di Verdi e Wagner, tanto che mi era venuta voglia di farli incontrare. Inoltre in quel periodo avevo letto diversi romanzi di Dickens e volevo cimentarmi con la scrittura “a puntate”. Scrivendo un capitolo a settimana ne era uscito fuori un racconto lungo più che un romanzo, poi lo rimaneggiai per pubblicarlo in forma unitaria su Amazon. In questa nuova versione però mi sono deciso a dargli un respiro nettamente più ampio. Inserendo delle sottotrame ed espandendo alcuni episodi che nella versione a puntate erano rimasti solo abbozzati, ora ha raggiunto effettivamente le dimensioni di un romanzo. D’altra parte la scrittura ha bisogno di tempo, quello che si fa in un mese non lo si può fare in una settimana.

Il romanzo si basa su fatti inventati e congetture o su documenti reali?

Sulla mescolanza di entrambi. L’idea dell’incontro tra Verdi e Wagner naturalmente è una mia invenzione, perché nella realtà non si incontrarono mai, però la maggior parte degli episodi prende spunto da documenti reali. In effetti una buona parte del lavoro l’ho fatta per documentarmi: ho letto (e in alcuni casi riletto) una buona fetta dell’epistolario di Verdi, i diari di Cosima e le lettere di Wagner, in particolare quelli relativi ai tre soggiorni di Wagner a Venezia. Ho cercato di approfondire tutti gli spunti che mi parevano più suggestivi, è stato un dialogo continuo tra invenzione e realtà.

Quali sono le differenze essenziali tra Wagner e Verdi e in che modo risaltano nel romanzo?Verdi contro Wagner - Intervista a Marco Pizzi 1

Se posso dirlo con una battuta, Wagner è tedesco e Verdi è italiano. Wagner è più cerebrale, più filosofico e, come musicista, più sinfonico. Verdi è più concreto, più pronto alla battuta, e dal punto di vista operistico più abile come drammaturgo e più attento alle voci. Caratterialmente Wagner è un egocentrico, un narcisista facile all’irritazione (in questa nuova versione lo faccio arrabbiare anche con Verdi), ma allo stesso tempo è un uomo sospinto da grandi ideali, pieno di passioni e tutto rivolto all’arte e alla bellezza. Verdi è un uomo più equilibrato, sempre orgoglioso delle sue umili origini, un po’ rude ma a ben vedere generosissimo, basti pensare a tutte le opere di beneficenza che realizzò quando la sua fortuna divenne più sostanziosa: l’ospedale vicino a Sant’Agata, la casa di riposo per musicisti e una gran quantità di piccole e grandi regalie a persone indigenti che gli scrivevano da tutta Italia. Nel romanzo, per esempio, parlo dell’aiuto che diede alla figlia di Francesco Maria Piave, quando questi morì dopo una lunga agonia. Molti descrivono Verdi come un grande permaloso, in realtà teneva moltissimo alla sua arte ed è comprensibile che si sentisse ferito da certe critiche spesso del tutto gratuite. Nel romanzo ho cercato di far emergere anche i punti in comune tra Verdi e Wagner, che spesso si sottovalutano. Anche Wagner aveva il gusto per la battuta e anche Verdi era un uomo di profonde letture, magari non leggeva di filosofia e scienza come Wagner, ma aveva una grandissima confidenza con autori come Shakespeare, Manzoni e Schiller. Pur partendo da condizioni economiche e sociali diverse è come se Verdi e Wagner si fossero avvicinati con l’età. Forse è stato più Verdi che si è avvicinato a Wagner, e lo dico a onore di Verdi. Verdi ha costantemente raffinato la sua abilità sinfonica fino a scrivere pagine straordinarie anche dal punto di vista strumentale, penso per esempio alla tempesta dell’Otello o al Dies irae della Messa da requiem. Nel romanzo torna spesso questa tematica, sia sotto forma delle provocazioni dei giornalisti che lo accusavano di imitare Wagner, sia sotto forma del suo tormento interiore se inserire o togliere l’ouverture dell’Otello.

Quali sono le tematiche principali che emergono dal confronto tra questi due personaggi vissuti nella stessa epoca ma diversi tra loro artisticamente?

Oltre che sulla musica mi è piaciuto farli confrontare sul tema di come un artista affronta l’invecchiamento e la morte. Nel romanzo sono entrambi settantenni, che per l’epoca era un’età molto avanzata, ed entrambi sono di fronte al ritiro dalle scene. Wagner aveva già deciso che non avrebbe scritto altre opere dopo il Parsifal, però stava meditando una nuova sinfonia; mentre per Verdi il ritiro era stato già dichiarato ai tempi dell’Aida, ma come sappiamo, quasi contro se stesso, avrebbe scritto ancora molte pagine importanti della sua carriera. Affine al tema della morte c’è la questione religiosa. Wagner nell’ultimo periodo della sua vita stava leggendo un saggio sul buddismo ed era molto affascinato da alcuni aspetti di questa filosofia orientale. Allo stesso tempo il Parsifal, la sua ultima opera, era intriso di un cristianesimo fortemente spirituale, quasi mistico. Ho quindi trovato interessante farlo duellare sulla questione con Verdi, il quale dal canto suo era fortemente anticlericale e, se non proprio ateo, quantomeno non religioso. Eppure anche lui scrisse la Messa da requiem. Oggi la separazione tra religione e spiritualità è un tema molto sentito, perciò il loro punto di vista mi pare attualissimo.

Cosa significa per lei scrivere, raccontare?

Significa aprire degli squarci di comprensione sulla nostra realtà attraverso una realtà “altra”. In questo senso faccio mie le parole di Verdi: “L’arte deve essere più Vera del Vero”. Per me la scrittura è una forma di ricerca, diversa da quella scientifica ma non meno difficile e necessaria. Non sopporto la scrittura come forma di intrattenimento fine a se stesso.

Quando si è accorto per la prima volta che amava la scrittura?

Al liceo ho iniziato a scrivere dei brevi racconti umoristici senza nessuna pretesa, ma con il senno del poi forse lì ho iniziato a sperimentare il piacere di scrivere ed essere letto. La scrittura vera però per me è iniziata molto più tardi, verso la fine dell’università, quando ho cominciato ad appuntarmi pensieri e citazioni finché a un certo punto ho sentito il bisogno di voler dire la mia, e cercando di dare una forma alla mia voce ho capito, non senza un certo stupore, che il romanzo e la pièce teatrale mi si confacevano più del saggio, nonostante la mia formazione scientifica.

Quanto tempo dedica alla lettura e quali sono i suoi scrittori di riferimento?

Lettura, scrittura e vita vissuta dovrebbero occupare in parti quasi uguali l’esistenza di uno scrittore. Ognuno poi deve trovare il suo punto di equilibrio, o conquistarselo, compatibilmente con le circostanze esterne che non sempre ci permettono di fare tutto quello che vorremmo o ci distraggono o ci abbattono. A ventitré anni ho detto basta alla televisione, ora il problema sta diventando lo smartphone, quando leggo o scrivo devo metterlo in un’altra stanza per non farmi distrarre, e non sempre ci riesco. I momenti più belli sono quando mi dimentico della sua esistenza. A parte questo, lettura e scrittura si alternano in maniera più o meno paritaria. In alcuni periodi in cui mi sento meno creativo e mi dedico di più alla lettura per cercare ispirazione e informazioni utili; in altri periodi più prolifici invece mi dedico più alla scrittura e alla revisione di ciò che ho scritto. Tra i romanzieri che ammiro di più ci sono sicuramente Dostoevskij e Tolstoj, il primo è quello da cui forse ho rubato più stratagemmi narrativi. Tra quelli del Novecento invece mi sento molto vicino ad Aldous Huxley, mentre nel teatro sicuramente ad Arthur Miller. Inoltre i filosofi – come Seneca, Schopenhauer e Sgalambro – hanno contribuito molto a formare la mia visione del mondo e di conseguenza riemergono anche in ciò che scrivo.

Ha altri libri nel cassetto o progetti in fase di stesura?

Sto scrivendo il secondo volume del L’amore dopo Darwin, il romanzo più esteso che abbia scritto finora e che mi sta dando molto filo da torcere. Il tentativo, abbastanza ambizioso per la verità, è quello di tracciare un piccolo affresco della nostra epoca integrando l’approccio letterario e scientifico, soprattutto nella descrizione dell’amore. Ancora oggi nei romanzi si continuano a trattare le storie d’amore con l’ingenuità dei greci o con la brutalità della sola esperienza personale. La maggior parte degli scrittori pensa ancora che l’amore sia un fenomeno completamente misterioso o magico, mentre la teoria di Darwin e tutti gli sviluppi che ne sono conseguiti ci hanno svelato molti dei meccanismi che lo sottendono. Alcune idee sono passate anche al grande pubblico – come l’eredità genetica, la sopravvivenza del più adatto ecc. – però la teoria della selezione sessuale è molto sottile e profonda e condiziona la nostra vita in una maniera che spesso neppure sospettiamo. Perché nessun altro animale si innamora mentre noi sì? Al di fuori dei biologi evoluzionisti in pochissimi saprebbero rispondere a questa domanda, eppure la risposta ormai l’abbiamo.

Ora ci lascia con la curiosità… qual è la risposta?

Essenzialmente abbiamo bisogno di cure biparentali per tutta l’infanzia e l’adolescenza, un fatto più unico che raro in natura. Ma questa affermazione, per essere compresa nella sua interezza, va messa in un quadro molto più ampio. Detto questo, uno scrittore deve saper rendere anche la “magia” (o il dramma) dell’innamoramento, per questo ho parlato di integrare i due approcci, altrimenti non mi sarei messo a scrivere un romanzo ma un saggio. In un certo senso la scienza guarda alla statistica, mentre la letteratura guarda all’individuo. La statistica illumina la singola storia e la singola storia illumina la statistica. Sono due approcci complementari, chi racconta le singole storie però, secondo me, non può ignorare la visione d’insieme, anche se non la tratta esplicitamente. Questa, almeno, è la strada che voglio seguire io. Ciò non toglie, lo ribadisco, che per scrivere un romanzo avvincente non bastano le nozioni scientifiche, serve una storia, dei personaggi e molto altro… e se ci sono riuscito o no lo giudicheranno i lettori.